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Giovanni Peli

Quando ha cominciato a scrivere?

Ricordo perfettamente che cominciai a scrivere alle scuole medie, era il 1992, si trattava di una canzone blues dal titolo Il veliero dei sogni.

 

È stato difficile riuscire a pubblicare le sue opere?

Sì, credo che non siano momenti facili, del resto non so se un tempo fosse più semplice, ma credo di sì. Mi pare che senza disponibilità economica non si possa pubblicare o portare avanti in modo adeguato nessun progetto, almeno per ora la vedo così. Molti editori, anche bravi, piccoli o medi, chiedono un contributo all'autore, contributo che non è giusto dare, perché il lavoro dell'autore è già quello di scrivere. Non ho avuto ancora esperienze con grandi editori, ma ho intuito che per raggiungerli è necessaria l'intermediazione di un agente letterario, e anche in quel caso servono soldi, perché anche l’agente chiede spesso un compenso. Comunque, ad oggi, ho avuto molte esperienze positive che mi hanno fatto crescere, nel rapporto con piccoli editori sia letterari, sia discografici, e resto del parere che impiegare almeno una fetta della propria vita per fare della propria passione un percorso professionale (nel senso di uscire dall'autoproduzione, attraverso il confronto e la collaborazione con editor, produttori, colleghi, ecc.) sia fondamentale. Al giorno d'oggi tuttavia, l'autoproduzione può manifestarsi anche in modo molto consapevole e serio, dipende sempre da quello che si vuole dire e da chi si incontra sulla propria strada.

 

A cosa si ispira per la creazione delle sue opere? A situazioni reali, persone conosciute, fatti di cronaca, o semplicemente immaginazione?

Nelle canzoni e nelle poesie, che restano ancora la maggior parte della mia produzione, si tratta spesso di rielaborare un'esperienza vissuta: del resto quasi tutto ciò che ho scritto per anni, potrei definirlo "d'amore". In questo periodo mi interessa molto il tema del ricordo, in una sorta di autoanalisi, per quanto volutamente mistificata e depistata: cerco di indagare quel punto di snodo tra il tema del ricordo e quello della speranza e della verità. Così succede anche nel mio romanzo di prossima pubblicazione, che si basa proprio sulla rielaborazione di fatti realmente accaduti e che mi sono stati raccontati. Lo spunto è reale: da lì si crea una storia verosimile, ma immaginata. Lo stesso dicasi per il mio monologo teatrale in dialetto bresciano Brèsa desquarciàda, che è forse, a parte la mia attività cantautorale, l'opera che "gira" di più, nel senso della più frequente possibilità di esecuzione. A ciò devo però aggiungere molti altri lavori, che si potrebbero chiamare "d'occasione", lavori che ho realizzato per compositori, musicisti e anche per me, sia per adulti sia per bambini e ragazzi. In questi casi mi sono ispirato, o mi sono affiancato, a lavori di altri autori, come per esempio nei libretti d'opera o nei testi di teatro musicale, basati su romanzi, racconti, o semplicemente su un'idea di altre persone che poi io sviluppavo. Il mio ultimo libro, ad esempio, è un racconto per ragazzi ispirato al compositore Gioachino Rossini, e l'idea, nonostante fossa mia e pronta in un cassetto, mi è stata suggerita direttamente dalla curatrice della collana.

 

Cosa vuol dire per lei scrivere?

Scrivere significa nascere e invecchiare, imparare e insegnare, proporre alle persone che vogliono leggerci un insieme di suggestioni, idee, speranze, delusioni, non nella forma della pura comunicazione, ma attraverso l'elaborazione di un linguaggio che comprenda sempre anche altro, che è poi amore.

 

Qual è il luogo più bizzarro dove ha letto?

Mi trovavo su una barca, fortunatamente attraccata. All'interno, sdraiato per dormire, in una sorta di loculo (che avrà sicuramente uno strano nome tecnico!), io che spesso fatico a dormire bene anche in un comodo letto… si può immaginare la mia tensione. Mi ero comunque portato un libro, e non persi occasione per leggere. Quest'esperienza ha confermato il mio amore per il mare (da riva) e quello per la lettura!


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